Novembre 2026

I figli degli emigranti: marines sulla portaerei

Figli, nipoti e pronipoti degli emigranti furono svezzati e crebbero con il sapore della pizza. Al momento del servizio militare, quei ragazzoni che, per naturale retaggio, avevano nelle vene il mare di Napoli, è ovvio che scegliessero di entrare nel corpo dei Marines. Sulla portaerei Roosevelt, dove prestavano servizio, nelle moderne e funzionali cucine fu sistemato, in loro omaggio, un forno a legna, affidato a due esperti con il compito di preparare «pizze della tradizione».

Per chi vuole gustare la pizza a casa propria, oggi basta cercare su Internet, attraverso un motore di ricerca, «la mia pizza a domicilio», specificando la città e il proprio quartiere. In un attimo appaiono sullo schermo le pizzerie più vicine alla propria abitazione. Basta una telefonata per comunicare quante e quali pizze si desiderano e, in meno di mezz’ora, arriva lo scatolone termico, consegnato dal rider in bicicletta. Insomma, si riceve tutto ciò che si è richiesto.

Un tempo, ormai ben lontano, c’era il pizzaiolo ambulante, che girava e rigirava tra strade e vicoli, portando sulla testa, sistemato su un cercine, il forno di rilucente rame, all’interno del quale le pizze mantenevano a lungo il loro calore. A riprova di ciò, l’uomo gridava a gran voce: «So’ vullente ‘e pizze!!». E continuava ancora: «Comme addora ‘a vasenicola ‘ncopp’ ’a pizza!», «Pizze cavere a ogge a otto!».

Quest’invito rappresentava un eterno debito con lo stomaco. Se avevi raggranellato qualche lira, potevi pagare la pizza a fiducia, una settimana e un giorno dopo averla gustata.

Negli anni Venti, a offrire «pizze vullente» per i quartieri se ne andava un tale che, al tradizionale invito, ne aggiungeva un altro, ovvero: «Maria, vieni a Marcello!». Una frase d’intesa che si riferiva a un gentiluomo della Belle Époque, cioè a quel Marcello Orilia, baldo ufficialetto, oltre che corteggiatore di leggiadre dame del bel mondo.

Marcello rappresentava, quindi, l’uomo ideale per una bella donna che, da napoletana autentica, non poteva che chiamarsi Maria. Una simbiosi che lega l’amante all’amata, proprio come quella che unisce il buongustaio alla pizza.

Da quando mastro Ernesto Agliarulo costruì il suo primo forno, ne è passato di tempo! Il mestiere glielo insegnò suo padre Francesco, il quale lo aveva appreso con trepidante emozione, ben sapendo che avrebbe avuto a che fare con un lavoro di grande specializzazione, che pochi altri, o forse nessuno, sarebbero stati capaci di imitare.

Si trattava, dunque, di costruire, con mattoni e altri materiali refrattari, forni a legna per le pizze. Da quel lontano 1900, quando avvenne il primo passaggio delle consegne da padre a figlio, sono trascorse ben tre generazioni.

Attualmente l’impresa è gestita dall’ultimo degli eredi, che porta lo stesso nome del nonno: Ernesto Agliarulo. Un uomo tranquillo, un lavoratore di spiccata professionalità, continuamente chiamato a realizzare strutture destinate a durare nel tempo.

Il signor Agliarulo, o meglio ancora l’attuale «Mastro Ernesto», svolge con appassionato impegno la sua professione, mantenendosi schivo da ogni notorietà.

Quando viene chiamato da una pizzeria di nuova apertura a Chicago, Baltimora o Tokyo, chiede al suo tecnico specializzato, Alfredo Cammarota, di accompagnarlo in aereo. La moglie Antonella, intanto, lo aiuta a preparare la valigia, facendogli mille raccomandazioni, mentre le figlie Asia e Silvia gli chiedono invano di poterlo accompagnare nel suo viaggio all’estero.

(Per saperne di più, leggi la rubrica «L’ATTUALITÀ»).