A Napoli coi viaggiatori del Grand Tour
Tutti i «figli di papà», blasonati o meno che lo fossero, ormai stanchi di impugnare la spada per andare a difendere il genitore ogni qualvolta — per questioni di vil pecunia — litigava col vicino del proprio maniero, decisero che era tempo di pensare non più alle armi, ma a migliorare il proprio intelletto.
E quale migliore occasione poteva esservi se non quella di unirsi agli eletti intellettuali che si apprestavano a girare in lungo e in largo l’Europa, per spaziare i propri orizzonti culturali? Gli avrebbero fatto, se non altro, da provetti scudieri.
Fu così che, in quel lontano Settecento, cominciò il decantato Grand Tour.
I protagonisti erano principalmente giovani aristocratici europei, tra i sedici e i ventidue anni, spesso accompagnati da un precettore, che consigliava loro di fare testamento prima di partire, considerando i delinquenti e gli assassini che avrebbero potuto incontrare lungo il percorso.
Ai giovani fecero seguito i meno giovani e, tra di loro, uomini di cultura, artisti, letterati, diplomatici, membri della ricca borghesia e, in seguito, anche donne che desideravano completare la loro formazione mentale con l’esperienza diretta dell’arte e delle antichità.
Erano programmate, tra l’altro, escursioni agli scavi di Pompei e ai mosaici di Ercolano. Né mancavano visite alla Certosa di San Martino e quindi alle sale del dovizioso museo.
Se si aveva voglia, si andava a trascorrere qualche giorno a Ischia, a Capri, a Sorrento o nelle località della Costiera Amalfitana.
Per quanto la gastronomia fosse d’obbligo, era ovviamente indispensabile la pastasciutta, cucinata da chef che venivano scherzosamente definiti i «mangiamaccheroni».
Sui tavoli imbanditi si rendeva anche onore al baccalà in cassuola e al polpo al peperoncino, tenendo comunque al primo posto la pizza. Tra i dolci, la più richiesta era la sfogliatella.
Gli alloggi, o le locande che dir si voglia, erano situati sul lungomare, mentre c’era chi preferiva l’osteria del Cerriglio.
Goethe, Stendhal e gli altri viaggiatori
Tra gli appunti e gli spunti dei più tenaci vi erano spesso quelli di Goethe, che nel suo soggiorno ebbe modo di scrivere a proposito della città e della gente:
«Napoli è un autentico paradiso, dove ciascuno vive nella sua via, in una specie di ebbrezza. A me accade lo stesso. Ieri ho pensato che forse prima ero stato pazzo, e allora perché non posso esserlo adesso?»
A proposito del panorama, soggiunge che vi sono da ammirare da ogni parte fantastici spettacoli.
Stendhal, a sua volta, dichiara:
«La città vive tra vitalità e contrasto. Quando si vedono queste strade tanto affollate, si capisce subito perché Napoli venga indicata quale centro più popoloso d’Italia, forse il più vivace del mondo».
Shelley, il poeta romantico inglese, raggiunse Napoli nel 1818 e rimase incantato dal golfo, che faceva da contrappunto al malessere degli abitanti, cosa che trovò d’accordo anche Dickens.
Si sa poi che Stendhal aveva preso alloggio all’Albergo delle Crocelle, nella via Chiatamone, che allora era in riva al mare.
Goethe, che a sua volta aveva preso dimora nel popolare quartiere di Sant’Antonio Abate, scrisse al borgomastro del suo paese, lodando gli artigiani napoletani che, di buon mattino, coi loro banchi, lavoravano fino a tarda sera.
«Il lavoro all’aperto viene svolto con più entusiasmo e senz’altro rende meglio, mentre con gli operai che sono impegnati nei cantieri sotterranei, succede… quel che succede!»
Il Grand Tour nell’Ottocento: Richard Wagner a Napoli
Il Grand Tour, nel contempo, aveva contagiato anche tutto l’Ottocento, ed ecco che, con la famiglia al completo, giunse a Napoli Richard Wagner, ospitato al Convento di Santa Dorotea a Posillipo.
La moglie dell’illustre compositore chiese alla Madre Superiora di presentarle qualche allieva disposta a fare da istitutrice ai suoi figli più piccoli e poi a seguirli nei viaggi.
La colta signorinella fu trovata in men che non si dica, ma non se ne fece nulla: la signora Wagner scoprì che il marito si era follemente innamorato della ragazza!
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