Giugno 2026

Al Bellini, Lo Stato contro Nolan

Commento a cura di Valeria Vaiano

Lo spettacolo STATO CONTRO NOLAN, per la regia di Alessandro Gassman, basato sul testo di Stefano Massini, è la rappresentazione di un processo nell’America di provincia degli anni 50.

Herbert Nolan, titolare del Leister Telegraph, unico giornale della zona, nonché azionista della fabbrica di armi Weiss, è accusato di aver manipolato l’informazione per interessi economici personali. Un vagabondo, scambiato per rapinatore e stupratore, viene ucciso dal nonno della ragazza, presunta vittima, con un fucile Weiss. L’accusa è che il caso sia stato creato ad hoc per fomentare la paura negli abitanti e indurli all’acquisto delle armi Weiss per difendersi.

Il pregio maggiore del testo di Stefano Massini è quello di alimentare dubbi e non fornire banalmente certezze. Ciò mentre sul web circola la petizione per l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali!

Ogni personaggio è fonte di esternazioni inquietanti che modificando la prospettiva dei fatti, verificatisi o meno, misurano l’incertezza e la precarietà create artatamente dal sistema capitalistico americano e che noi europei rischiamo di emulare sempre più!

“Noi giudichiamo nei tribunali niente altro che la patologia dei sentimenti. Ebbene, signori, se così è, allora quale sentimento è oggetto di questo processo? Risponderò: la paura. La patologia della paura”. La considerazione del procuratore Miles, interpretato in modo superlativo da Daniele Russo, alla sua migliore prova attoriale, che “la scrittura, nel contesto, rappresenta l’arma”, sondando il valore pubblico della scrittura, su ciò che essa riesce a smuovere, sulle sue conseguenze, induce a riflessioni sull’attualità che stiamo vivendo, su quanto la sua rappresentazione mediatica stia condizionando la creazione del nostro pensiero e con esso le paure che condizioneranno il nostro agire e la costruzione delle nostre scelte future.

È espressa dal redattore del giornale, Paul Kapinski, interpretato dal bravo Emanuele Maria Basso, la descrizione del “punto di rottura”. Il tutto rispetto alla condizione percepita “di normalità” dalla collettività, è uno dei passaggi intriganti, sia testuali che scenici.

L’interruzione della normalità è il focus dell’informazione giornalistica. Essa rappresenta il potenziale veicolo di creazione di morbosi interessi di massa, con i relativi profitti per i titolari dei media.

Una regia meticolosa e “risolta”, quella che Alessandro Gassman realizza. L’espediente del velatino funzionale all’uso dei video, per creare i continui flash back, contribuisce felicemente a superare il concetto teatrale dell’unicità di spazio e di tempo, alleggerendo lo spettacolo e convincendo la platea.

Una messa in scena intelligente, elegante, politica.

Al Teatro Moscadini, I Nomi del Tempo

di Francesco Ribaud

I nomi del tempo, a differenza della abituale programmazione del Moscadini (SD), apre la regione a nuove discussioni ed inframezzi che pure il tempo, nel suo totale assenso, lascia lo spazio conquistato per ritirarsi in certi anfratti sicuro più accoglienti, sicuro più frescarelli. Giuliano Lastretta, Marco Pallarini e Giulia Tricario, si alternano e lanciano in interpretazioni sempre più rapide e sfocate, sino quasi a materializzare un intero cast da musical, costituito dalla bellezza di trentadue attori.

La trama è semplice, i pozzi stanno diventando sempre più pieni, ed allo stesso tempo sempre più inutilizzati. Ecco che nei pozzi si materializzano ed impilano tutti i pensieri aggrovigliati ai nomi (come chi, ricordami quando ci siamo visti, ma come faccio a scordarmi, ma carissimo, e via discorrendo). Ed è qui, in queste strutture spesso circolari, fatte in mattoni spesso ricavati da rocce, con sopra tipo un archetto di ferro, non so bene come dire, dal quale si cala un secchio di legno stretto da cinghie in metallo o, più spesso, bimbi in cerca di diamanti (vedi Rosso Malpelo), è qui dicevo che l’umanità tutta si sporge, si affaccia, per riconoscersi e ricordare chi si ha accanto, come si ricordano i lettini da mare, in quel dato stabilimento privato, sempre più lontano, sempre più chiuso.

Al San Ferdinando, Un Sabato Sera, con gli Amici

critica a cura di Valeria Vaiano

Un sabato sera, con gli amici” di Andrea Camilleri per la regia di Marco Grossi è, senza dubbio, uno degli spettacoli più riusciti della stagione 2025/2026 del teatro San Ferdinando.

La vicenda si svolge in un’abitazione di un quartiere altoborghese di una non specificata città italiana, dove si riuniscono compagni di liceo legati da un’amicizia più che ventennale e che si ritrovano con regolarità ogni sabato sera. L’apparente routine viene però interrotta dall’arrivo di un altro compagno, che fa emergere lentamente vicende irrisolte dei singoli personaggi e nelle relazioni fra le coppie.

L’adattamento teatrale di una delle meno conosciute opere del maestro vigatese restituisce attraverso una sapiente regia e un’intensa recitazione dei sette bravissimi attori – Alessandra Mortelliti, Marcella Favilla, Pierluigi Corallo, Fabrizio Lombardo, Silvia Degrandi, Luca Avagliano, Alberto Melone – la sensazione fisica di angoscia, oscurità e doppiezza che assumono, in un crescendo, i sei protagonisti.

La riuscita dello spettacolo è anche da ascriversi alla capacità di mettere in scena personaggi complessi e vite segnate da un profondo disagio interiore senza eccessi e sbavature, facendo emergere, anche con delicatezza e con qualche momento di leggerezza, storie di infanzia violata e innocenza perduta, cui fa da contraltare una quotidianità solo apparentemente piena. Interessante la scenografia che, attraverso la presenza di alcuni giocattoli, richiama simbolicamente il legame indissolubile fra quel tempo passato e lontano eppure sempre presente.

Alla fine della performance il pubblico applaude con sincero entusiasmo, ma frastornato dall’atmosfera claustrofobica che ancora promana dal palcoscenico.