Attualità

‘A cena d’a vigilia

Di piena tradizione erano la cena della Vigilia e il pranzo di Natale. Alla Vigilia dopo gli spaghetti a vongole, predominava il pesce nella più straordinaria varietà. Per eliminare il penetrante odore che dominava la cucina si usava mettere sul fornello, una pigna ad ardere, che inebriava l’ambiente di profumata resina. I pinoli che venivano fuori dai gangli, venivano dati ai bambini dicendo loro “Apriteli con delicatezza, ci troverete la manina di Gesù Bambino”. Ma perché poi tanta abbondanza di pesce, alla cena della Vigilia? Sembra che il simbolo del pesce venisse posto a un lato delle catacombe e fosse un acronimo, per indicare che in quelle grotte, si riunissero nascostamente in preghiera i Cristiani. Il pesce dunque quale simbolo religioso – tra il mistico e il profano – è stato adottato quale auspicio di prosperità dai napoletani che usano dire “A benedicere cu’ ll’’acqua ‘e pesce, ‘a casa aonna e cresce!”

‘O pranzo ‘e Natale

Per il pranzo di Natale, sorvolando sulle pietanze d’obbligo e restando in tema di tradizioni, l’attenzione non può che venir rivolta ai dolci. ed ecco che tra susamielli roccocò e mostaccioli emergono gli struffoli. Potrebbe dirsi che non c’è Natale Napoletano, senza struffoli, che pare si ispirino a un dolce d’epoca romana, caro alla matrona Licinia Calpurnia.

L’impasto di farina, uova, zucchero, arance grattugiate, una volta ridotto a rollini e quindi tagliato a pezzetti, dovrebbe venir fritto – come avveniva un tempo, in un tegame di sugna bollente. Quindi, una volta imbionditi, gli struffoli vanno versati nel miele.

E il miele, nella sua prorompente dolcezza, pare che stia a significare serenità e abbondanza. Quale dolce insomma, più degli struffoli, potrebbe essere di buon augurio, nel Natale Napoletano?

 Santo Stefano al San Carlo

Santo Stefano al San Carlo! Se a Vienna c’è per tradizione il concerto del 1 gennaio, a Napoli – pure per tradizione – v’è l’appuntamento con l’Opera a Santo Stefano. Si tratta di un uso della buona borghesia, oramai radicato da anni; poco importa se l’etichetta prevede abiti lunghi per le signore e ‘cravatta nera’ per gli accompagnatori. Nel bilancio di famiglia, chi può, ha inserito – magari una tantum – pure questa spesa. Va precisato poi che i melomani napoletani in fatto di conoscenza di compositori e di librettisti, non hanno nulla da invidiare ai ‘soloni’ dell’Arena di Verona, del Costanzi di Roma o de La Scala di Milano. Tenori e soprani che si esibiscono sul palcoscenico del teatro voluto da Carlo III di Borbone, spesso al loro debutto tremano. Ma, allontanandoci per qualche momento dall’indiscussa, meritoria soprintendenza d’oggigiorno andiamo a ritroso nel tempo, riportandoci ad un San Silvestro al San Carlo, degli anni Settanta. Era allora Soprintendente Pasquale Di Costanzo che gestiva col fratello un negozio di arredamenti in Piazza Municipio, ad un passo da palazzo San Giacomo. Sovvenzioni ministeriali quasi non ve n’erano e il Soprintendente del tempo poteva contare solo sulle sovvenzioni del Comune che nel migliore dei casi, arrivavano a stagione inoltrata. Eppure, occorreva bloccare con un regolare contratto, magari Franco Corelli e Giulietta Simionato, quali protagonisti della Tosca, programmata appunto per la sera di Santo Stefano. Dopo aver tentato di ottenere qualche tangibile aiuto dall’Azienda Soggiorno e dall’Ente Turismo, Di Costanzo si vedeva costretto ad impegnarsi in prima persona. E lo stesso avveniva col maestro concertatore e direttore, col regista e con tutti gli altri interpreti dell’opera. Chi, prima del levar del sipario, per una ragione o per l’altra, si avventurava tra le quinte, veniva redarguito all’istante dal direttore di scena Salvatore Papaccio. A guardarlo bene nel suo abito grigio e la nocchetta a fiocco, riconoscevi colui che con Parisi e Pasquariello – le tre ‘p’ della canzone napoletana – era stato esecutore delle più suggestive melodie. Ed eccoci poi in platea, dove in redingote color porpora e parrucca bianca, assieme alle addette alla sala – anch’esse paludate in abiti settecenteschi – accompagnano gli spettatori alle loro poltrone. Il direttore di sala Antonio Sardella, con passo felpato, si precipita a ricevere ossequioso e ad accogliere le autorità in arrivo.

Al principale ingresso che porta in sala, come agli altri due accessi laterali, se ne stanno – quale guardia d’onore – ritti e impettiti – con lo sguardo accigliato i carabinieri in grande uniforme con ‘lucerna’ sul capo. Sono due per ciascuna entrata. Qualche contestatore nell’osservarli mormora sottovoce: “Par che d’improvviso, debbano scappare ad acchiappare Pinocchio!” E qualche altro, ancora più contestatore, aggiunge: “Ma che ci fanno qua?…Con la delinquenza che c’è in giro!!”

Reri (Per saperne di più, leggi l’allegata rubrica IL RE E’ NUDO!)